Crisi umanitaria in Yemen: perché ci riguarda

Civili yemeniti in mezzo alle macerie di Sana'a, la capitale, alla ricerca di superstiti in seguito a un raid della coalizione a guida saudita (Credits: Wikipedia)

La guerra civile yemenita scoppia nel settembre 2014, quando i ribelli sciiti Houti occupano la capitale Sana’a. Il fattore scatenante del conflitto è la rivendicazione del legittimo presidente yemenita: da una parte Saleh, sostenuto dai ribelli, e dall’altra Hadi, riconosciuto internazionalmente e sostenuto da una coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita. Il conflitto, trasformatosi nella peggior crisi umanitaria in corso, assume da subito un forte carattere internazionale, essendo entrambe le parti appoggiate da aiuti esterni. Sappiamo infatti che un sostegno logistico-strategico ed armi sono stati elargiti agli Houti dall’Iran sciita e alla coalizione araba dagli Stati Uniti e dal Regno Unito.

Lo scenario è dunque complesso e comprende interessi ben più ampi di quelli delle singole fazioni, ma ciò che preoccupa di più nel caos yemenita è la crisi umanitaria che gli scontri hanno comportato. La situazione della popolazione civile yemenita, colpita indiscriminatamente da entrambe le parti in causa, è tragica. Tra gli altri, un rapporto di Amnesty International ci mostra una vera e propria tragedia, i dati sono allarmanti. L’ONU esorta a intraprendere i colloqui di pace ormai dal 6 settembre 2018, spingendo per il cessate il fuoco umanitario in modo da creare dei corridoi assistenziali sicuri per i civili.  A causa del rifiuto delle parti, però, l’assistenza di base sta venendo a mancare e migliaia di civili sono in situazioni di estrema emergenza. In un articolo pubblicato dal settimanale Internazionale si può leggere: In Yemen il principio di assistenza incondizionata e imparziale a quanti si trovano in condizioni di bisogno è quindi gravemente compromesso.

Secondo l’OCHA oltre 8 milioni di persone rischiano la morte per fame; oltre l’80% della popolazione vive in povertà ed oltre i 2/3 della popolazione sopravvive solo grazie agli aiuti umanitari; il blocco delle importazioni imposto dall’Arabia Saudita ha causato l’aumento dei prezzi di tutti i beni di prima necessità. Particolarmente tragica è la situazione sanitaria: oltre la metà degli ospedali è inutilizzabile; nel 2016 è stato colpito un ospedale di Medici Senza Frontiere. Secondo un rapporto dell’UNICEF risalente a marzo 2017 i bambini morti sono oltre 2.000 e 6.109 sono mutilati, arruolati o detenuti arbitrariamente.

Tornando al coinvolgimento americano, i comunicati ufficiali della Casa Bianca presentano una situazione verosimile a quella nota, ma non del tutto coincidente. Storici alleati dell’Arabia Saudita, sottolineano che Riyad ha stanziato lo scorso gennaio aiuti umanitari pari a 1,5 miliardi di dollari. Questi sforzi, rincarati dal “rinnovato impegno a incrementare la capacità dei porti yemeniti di ricevere aiuti umanitari” (parole del governo saudita), contrastano con il raid della coalizione che, nello scorso agosto, ha portato alla distruzione della città portuale di Hodeida, provocando 52 morti e impedendo l’accesso al porto sia dall’interno che dall’esterno. Le critiche al comportamento saudita, determinante nella crisi umanitaria che si sta consumando, non sono mancate.

Marco Hosseyn Morelli, convertito sciita e portavoce dell’Associazione islamica Imam Mahdi in Italia, si è espresso con toni molto duri nei confronti dell’ “ipocrisia saudita:ovviamente il regime saudita cerca con questa “donazione” di comprarsi il silenzio della cosiddetta ‘comunità internazionale’ sui crimini che ha commesso e continua a commettere nello Yemen”. Egli sostiene infatti che la forza economica dell’Arabia Saudita giochi un ruolo fondamentale per l’entrata in guerra degli Stati della coalizione, che riceverebbero in cambio ingenti somme in denaro.

Ottobre 2016. Attivisti Libanesi simpatizzanti per il fronte ribelle-iraniano, protestano usando slogan contro gli Stati Uniti e la coalizione a guida saudita. (Credits: voanews.com)

L’influenza economica è stata fatta valere nei confronti delle Nazioni Unite nel 2016, quando l’Arabia Saudita fu inserita nella black-list per i tragici crimini commessi contro i bambini; venne però rapidamente rimossa in seguito alla minaccia sunnita di tagliare i finanziamenti per i progetti ONU, come ammesso dall’allora segretario generale Ban Ki-Moon. Il fatto destò tale scalpore che molti siti di informazione titolarono “se paghi, puoi uccidere i bambini”. Gli interessi economici sono dunque forti e innegabili. In un tweet John Ging, ex direttore UNWRA per le operazioni nella Striscia di Gaza, esprime la sua preoccupazione che, nonostante la crisi umanitaria in corso, “le organizzazioni umanitarie vengano sopraffatte”.

Oltre al prolungato silenzio, anche la sistematica fornitura di armi dimostra la centralità del ruolo occidentale nella vicenda yemenita. La coalizione sunnita, oltre a non essere soggetta ad embargo, utilizza armi di provenienza statunitense, brasiliana, inglese, francese, spagnola e anche italiana. L’utilizzo disumano di risorse inviate dal nostro Paese dovrebbe scuoterci, forse anche più del costante impegno statunitense nel condannare (giustamente) le brutalità degli Houti e ad osannare (macchinosamente) i benevoli sforzi sauditi.

L’intera questione, figlia di un equilibrio che purtroppo l’Arabia Saudita sembra aver raggiunto ed essere in grado di portare avanti, dovrebbe far pensare. Gli aiuti umanitari ai civili non dovrebbero mai essere negati e, soprattutto, le organizzazioni internazionali preposte a garantirli dovrebbero continuare ad evitare il cinismo pecuniario e punire duramente coloro che provocano le morti bianche di bambini, donne e anziani. Le riflessioni da fare e i provvedimenti che chi di competenza dovrà prendere sono tanti, ricordando che l’indifferenza è essa stessa una presa di posizione. La guerra civile in Yemen può essere una tragedia del cui sangue abbiamo sporche le mani, e non resta che sperare che la storia prenda un’altra piega.

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