“Yes we did”. Ciò che ci lascia Obama

“Yes we can, yes we did”. Completando lo slogan che lo aveva accompagnato durante la campagna elettorale del 2008, anno della sua prima elezione a presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama ha salutato i suoi sostenitori accorsi per l’ultimo discorso pubblico, rinnovando con forza ed entusiasmo il forte segnale di rinnovamento e di riformismo che lo ha contraddistinto anche nei modi di comportarsi e di presentarsi, sia sulla scena nazionale sia sulla scena internazionale.

Negli ultimi tempi si sono moltiplicate le critiche al quarantaquattresimo presidente americano, considerando non tanto il fatto che l’opposizione repubblicana era diventata sempre più pressante all’interno del Parlamento grazie le elezioni di metà mandato (si ricorderà l’espressione “anatra zoppa”), ma soprattutto perchè lo si è voluto rapportare alle forti speranze suscitate al momento del suo ingresso alla Casa Bianca. C’è infatti un’ampia parte di opinione pubblica anche europea che aveva salutato con vivo entusiasmo l’elezione del giovane afroamericano, ma che oggi sembra delusa, come se si fosse aspettata qualcosa di più.

Molti forse dimenticano le difficili condizioni in cui versavano gli Stati Uniti al momento dell’insediamento di Obama, dopo due mandati consecutivi del repubblicano George W. Bush: un Paese molto demoralizzato dalla più grave crisi dopo quella degli anni ’30 del secolo scorso, i gravi errori militari e strategici in Medio Oriente, che avevano finito di rinvigorire il terrorismo a matrice fondamentalista con ripercussioni anche e soprattutto in Europa, ed infine una perdita di prestigio internazionale, che aveva allontanato i paesi storicamente alleati dalle scelte disastrose e avventate della principale potenza mondiale. Semplice indice, ma di forte impatto visivo, sono le immagini di bandiere americane che venivano bruciate nelle piazze di molti angoli del mondo: oggi quelle bandiere non vengono più bruciate.

Quando Obama ha giurato come presidente degli Stati Uniti il clima di sfiducia generale ricordava molto quello del 1929, ovvero l’inizio della Grande Depressione. Ma sono gli indici statistici a confermare l’inversione di rotta da parte dell’amministrazione democratica in un momento, come già detto, molto difficile, contraddistinto da forte disoccupazione e povertà: la disoccupazione è scesa al 5%, livello mai così basso dal 2008, l’anno che precede la crisi, con un aumento di ben quattordici milioni di posti di lavoro e con consumi in crescita. La borsa, fino a tutto il 2015, ha più che raddoppiato il valore, il deficit federale è stato ridotto dei tre quarti, le banche in fallimento sono state salvate senza danni per i depositanti e la produzione delle energie rinnovabili è più che duplicata. Proprio per quanto riguarda le politiche ambientaliste, non vanno dimenticati i trattati stipulati con la “difficile” contraente Cina e l’atteggiamento ben poco “no global a tutti i costi”, ma anzi molto pragmatico e a lungo termine: secondo l’amministrazione Obama il deterioramento dell’agricoltura porterebbe alla siccità e all’erosione dei terreni che, a loro volta, provocherebbero le migrazioni di massa dalle zone desertificate del Sud del mondo ai paesi del Nord, con catastrofiche conseguenze che già possiamo vedere in Europa, se non ben gestite.

Ma forse è nella politica sociale che Obama ha dato il meglio di se stesso, in un paese molto diverso da quelli europei, perchè contraddistinto da una forte diseguaglianza civile ed economica. Oltre all’assistenza sanitaria estesa a circa venti milioni di non abbienti (ricordiamo che prima dell’Obamacare si poteva morire in strada senza soccorso), il governo federale ha anche varato provvedimenti per l’allargamento dei diritti individuali quali l’ingresso dei giovani ai community college, gli assegni familiari per i figli dei poveri e cercando di rendere il più paritaria possibile la retribuzione tra donne e uomini. Obama ha anche voluto rendere più facile il percorso di legalizzazione degli immigrati, che comunque resta un percorso difficile ed irto di ostacoli burocratici. Non va dimenticata la legalizzazione dei matrimoni gay, la depenalizzazione dei reati connessi alle droghe leggere, il sostegno all’aborto libero per tutte le donne e la forte battaglia contro le armi: ma anche stavolta, a spuntarla, sembra che siano stati gli interessi delle multinazionali. Ma almeno sono stati attuati dei provvedimenti per impedire l’elusione delle stesse.

Qualcuno accuserà Obama di aver abbandonato la scena mondiale e di aver consegnato il distintivo di “poliziotto del mondo” a qualche altro Stato. Ma così non è stato. Alla forza delle armi Obama ha spesso preferito le trattative, anche con storici nemici. Fine dell’embargo con Cuba, accordo sul nucleare con l’Iran, trattati di libero scambio e commercio con le potenze, le “tigri”, dell’estremo Oriente, avvicinamento agli stati del Sud America in un’ottica di continente americano unito e senza conflitti, azioni mirate contro il terrorismo senza inutili spargimenti di sangue civile, come l’uccisione di uno dei leader del fondamentalismo islamico, Osama Bin Laden. Il presidente democratico ha spesso preferito il cervello ai muscoli, facendo molte volte canestro dopo aver preso con attenzione la mira, proprio come faceva da giovane all’università nelle vesti del miglior giocatore di basket del campus.

Insomma Obama non se ne va lasciando un “Yes we can” senza contenuti, bensì riempito di fatti che sarebbe il caso di riconoscere. Certo, come ogni politico che si rispetti ha anche compiuto delle scelte sbagliate, degli errori che sarebbe stato il caso di non fare. Ma ciò non macchia troppo la sua grande figura da statista, che sa ragionare non solo a breve, ma anche e soprattutto, a lungo termine. E ora avanti il prossimo, Donald Trump.

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Classe 1992, laureato triennale in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Trieste e ora impegnato nell'avventura della laurea magistrale, vivo a Gorizia. Sono grande appassionato di tutto ciò che riguarda la società, dall'attualità all'arte in tutte le sue forme, dalla politica allo studio del comportamento umano. Mi piace scrivere, cercando di indagare con occhio critico le varie esperienze che vivo durante la mia quotidianità, divisa tra una voglia innarrestabile di viaggiare e un profondo attaccamento alla storia e alla cultura della mia terra.

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