Zimbabwe, e adesso?

Credits: Wikipedia/DandrjkRoberts

Con le dimissioni di Mugabe si chiude un’epoca. Ma non se ne aprirà una nuova

È ufficiale: Robert Mugabe ha lasciato l’incarico di presidente della Repubblica dello Zimbabwe. Le dimissioni, ultimo atto di un putsch militare che va avanti da circa una settimana, arrivano dopo quasi 37 anni di dominio incontrastato. “Lo Zimbabwe voterà per mio marito anche quando sarà morto”, aveva dichiarato a febbraio la moglie Grace; e secondo gli insider sarebbe proprio lei, l’ambiziosa consorte del nonagenario leader africano, il reale bersaglio dell’azione eversiva dei militari.

La First Lady, sposata con Mugabe dal 1997, si è resa protagonista nell’ultimo decennio di una vera e propria scalata ai vertici del partito di governo, lo ZANU-PF (Zimbabwean African National Union-Popular Front): da direttrice del suo ramo femminile, è in breve tempo passata ad essere la più stretta consigliera dell’ormai ex presidente, arrivando a dettarne le scelte politiche con il malcelato intento di trasformare l’oligarchia nera che regge il Paese dal 1980 in un affare di famiglia da lei gestito.

È in quest’ottica che bisogna leggere l’allontanamento, all’inizio di questo mese, di Emmerson Mnangagwa, detto il coccodrillo, vecchio compagno d’armi di Mugabe e vicepresidente dal 2014: il suo ruolo istituzionale di primo piano, e i prestigiosi incarichi svolti in precedenza, lasciavano pensare che sarebbe stato lui il successore di Mugabe, ed è dunque plausibile che Grace volesse sbarazzarsene. La donna non ha però fatto i conti con l’esercito che, appoggiando Mnangagwa, ha rapidamente occupato la capitale Harare e messo ai domiciliari Mugabe e la sua famiglia.

Il colpo di Stato che ha posto fine alla parabola tragicomica del “presidente eterno” sembra dunque essere il risultato di una faida interna allo ZANU-PF, piuttosto che di una concreta volontà di modificare l’assetto politico del Paese; vedono così disattese le proprie speranze quanti credevano che l’ascesa al potere del coccodrillo, ovvio artefice dell’iniziativa, portasse una ventata d’aria fresca in un Paese cronicamente flagellato dalla fame, dalla povertà e dalle malattie.

Un destino triste per una nazione che, quando ancora si chiamava Rhodesia, vantava l’appellativo di “paniere dell’Africa”: a partire dal 2000 le sanzioni internazionali, la pesantissima regolamentazione dei mercati, gli espropri delle proprietà agrarie dei (pochi) bianchi e il dispendioso coinvolgimento nella guerra civile congolese hanno prodotto un decremento del PIL pari al 6,1%, mentre nel 2008 l’inflazione ha raggiunto un’ impressionante quota degli 11200000%.

Anche la situazione sanitaria resta drammatica: il 13,5% della popolazione è sieropositivo, mentre la mortalità infantile si attesta su circa il 12% dei nuovi nati, e l’aspettativa di vita è ferma a sessant’anni. Di certo, Mnangagwa avrà i suoi problemi da risolvere.

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19 anni. Laziale di nascita, friulano d'adozione. Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il Polo Universitario di Gorizia.

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